C’è chi fa i giornali. C’è chi li vende. C’è chi li compra e (non è così scontato) chi poi li legge. Ma la catena del giornalismo non finisce qui: c’è anche chi studia i giornalisti, quelle persone fatte di carne e ossa di cui molto spesso conosciamo soltanto i nomi o i volti, senza saperne nulla di più.

Sergio Splendore è uno dei pochi accademici che, attualmente, fa ricerca in Italia sul giornalismo e sui giornalisti. Si tratta di un approccio diverso al mondo del lavoro e della professione: gli appassionati di Journalism Studies (molti nel mondo) studiano una disciplina che si occupa di capire come lavorano i giornalisti e quali sono le sfide secolari del giornalismo.

digital journalism

Soprattutto negli ultimi 10 anni, la ricerca sui giornalisti è notevolmente aumentata. Accademia e giornalismo non sono due mondi separati, anzi. Ma facciamo un passo indietro. Il caposaldo degli studi sul giornalismo è l’idea normativa di una professione fondamentale per la democrazia. All’inizio erano soltanto delle riflessioni sulla funzione del giornalismo, oggi è diventato un vero e proprio appello: prendiamo il giornalismo sul serio.

“Il giornalismo costruisce comunità – commenta Sergio Splendore – aiuta le persone, diffonde le notizie, crea strati culturali, valori condivisi. Non è soltanto la colonna portante della democrazia”.

Cosa viene dato da mangiare tutti i giorni ai lettori? Questa è una  di quelle domande a cui gli accademici cercano di rispondere da tempo. Ci studiano, ci osservano e di conseguenza pensano: qual è il processo che porta un giornalista a selezionare un fatto, tra il mare magnum di notizie quotidiane, degno di essere conosciuto e di diventare quindi notizia? 

Rispondere non è facile. Ma gli accademici hanno degli strumenti ad hoc: sono i diversi metodi di ricerca applicati ai journalism studies:

  • Content analysis: si prendono le notizie e si fa un’analisi sul contenuto, ponendo attenzione a quante volte ricorrono determinate parole chiave per l’argomento scelto. Questo è il modello tradizionale.
  • Survey: parlare direttamente con i giornalisti tramite questionari strutturati e/o domande chiuse uguali per tutti. Questo è uno di quei metodi con cui puoi connetterti con tutto il mondo: basta inviare una mail e attendere delle risposte da studiare. Qua un esempio pratico.
  • Interviste semi-strutturate o “approfondite”: niente risposte chiuse, qua. Si lascia parlare direttamente il giornalista sulle sue convinzioni.
  • Osservazione partecipante (etnografia): si tratta di uno dei metodi di ricerca più difficili, perché presuppone che il caporedattore di una redazione ti consenta per un tot mesi di vivere con loro, assistendo alle riunioni e alla realizzazione del prodotto.
  • Infine, per il giornalismo digitale: analisi statistica delle parole tramite Social Network (la principale fonte è Twitter perché ti permette di scaricare i cinguettii degli utenti-giornalisti).

Numeri, dati, il SEO: sono queste le nuove frontiere tutte da approfondire che portano sempre più gli studi verse le forme automatizzate di giornalismo. L’abbondanza quotidiana dei flussi di informazione sta determinando due nuovi fenomeni:

“L’ibridazione: nel giornalismo sono entrate logiche esterne, come il SEO e il marketing per l’appunto – conclude Sergio Splendore –  e la normalizzazione. Twitter viene usato sempre più come agenzia di stampa: non scombina il lavoro del giornalista ma, al massimo, aggiunge qualcosa da fare. Viene dunque normalizzato”.

A margine, qualche rivista scientifica per approfondire gli studi sul giornalismo: Journalism Practice, Digital Journalism, Journalism Studies, Journalism oppure ancora Journalism & Mass Communication Querterly. E poi, una perla tutta italiana: Problemi dell’informazione.

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